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La maggior parte delle persone non
hanno denaro sufficiente per le zanzariere e le medicine, senza
contare il fattore “magico”. Sono in molti a credere che la
malattia sia dovuta ad un malocchio, e anche per questo preferiscono
il guaritore locale alla medicina occidentale. E anche chi vorrebbe
raggiungere un ospedale si trova spesso costretto a percorrere
decine di chilometri. C’è bisogno di un vaccino, ma crearlo
sembra una sfida quasi impossibile, per la complessità del
parassita, la quantità di ceppi differenti, la sua diffusione
straordinaria. Il testo del dottor Raymond Downing percorre la storia
della lotta alla malaria, illustrando le diverse scuole di pensiero
che si sono succedute e intrecciate nel tempo, contagiandosi e
scontrandosi l’un l’altra. Dal chinino alla clorochina, fino
all’artemisia, una pianta di origine cinese, descritta nella
farmacopea del Sol Levante già nel IV secolo ma pressoché
ignorata dalla medicina del resto del mondo fino a pochi anni fa.
Oggi si punta ad una “collaborazione”: sì alle zanzariere,
ma anche al DDT e ai cocktail multifarmaco, così come
all’artemisia. Scuole di pensiero diverse unite da un unico,
ambizioso obiettivo: debellare una delle più insidiose e
longeve malattie della storia dell’umanità (A. Zanella).
I
Il trattamento medico risale
all’antichità, e gli sforzi compiuti erano rivolti a
prevenire o controllare la malattia in tutte le comunità. Ogni
paradigma, naturalmente, si basava su teorie relative a come la
malattia si sviluppava inizialmente, e in quale luogo. Tali teorie
mettevano in relazione ciò che le persone osservavano sulla
malattia con ciò che loro credevano fosse la Verità
sull’universo, la vita e Dio. C’erano grandi teorie, o modelli, o
paradigmi, che erano parte del tessuto della società;
assunzioni che non erano dibattute spesso perché ampiamente
accettate – fino a quando qualcuno non proponeva un paradigma
contrario.
Dal tempo di Ippocrate, per esempio,
alcuni dottori credevano che la malattia fosse causata dal “miasma”,
da vapori velenosi che sorgevano da materiale in decomposizione in
luoghi come le paludi. Il miasma era una spiegazione standard per la
malaria (mal-aria = brutta aria). Nel sedicesimo secolo, tuttavia,
emerse una teoria della malattia opposta a questa appena presentata:
il “contagio”. Si trattava di un tipo di teoria del germe, che
sosteneva che la malattia si diffondeva attraverso il contatto con un
altra persona che l’aveva contratta in precedenza. Le regole
sulla quarantena per le persone malate si basavano su questa teoria.
Entrambe le teorie, naturalmente, erano
delle spiegazioni parzialmente corrette per la causa della malaria.
Le zanzare proliferano nelle paludi (miasma) e trasportano i
parassiti Plasmodium da persone malate a persone sane (contagio). Ma
nessuna delle due da sola può spiegare pienamente la malaria.
Con la ricerca scientifica e l’uso del microscopio nel
diciannovesimo secolo, i dottori hanno cominciato ad avere “fatti”
per supportare le loro teorie, o per crearne di nuove. Nel caso della
malaria, però, sembrava che i ricercatori avessero ancora
miasma e contagio lontano dalle loro menti.
Ronald Ross è stato il primo a
trovare il parassita della malaria nelle zanzare nel 1897, e poi ha
scoperto l’intero ciclo di un tipo di questa patologia. Il suo
lavoro con le zanzare ha vinto il premio Nobel e questo gli ha dato
ampio credito per le sue raccomandazioni su come controllare la
malattia: in breve, attaccare il vettore. Sbarazzarsi delle zanzare,
proteggersi da esse con una rete da letto e non vivere vicino al
miasma. Aveva sposato la teoria del miasma e credeva che controllare
la malaria significasse fare qualcosa proprio sul miasma.
Robert Koch, d’altra parte, era un
sostenitore del contagio. Aveva fatto ricerche sui batteri e,
trovando il bacillo responsabile del colera, aveva abbandonato la
teoria del miasma per questa malattia. A causa del suo interesse per
la microbiologia, aveva approfondito alcuni studi, arrivando a
sperimentare il chinino per il controllo della malaria. Il suo
approccio era “trattare il paziente, non le zanzare” e sosteneva
la necessità della profilassi con il chinino per chiunque
vivesse in aree colpite della malaria. Questa era una forma di
quarantena farmacologica del paziente sano basata sulla credenza che
la malaria fosse un “germe” che si diffondeva da persona a
persona.
Gli studi sulla malaria ebbero ampio
sviluppo alla fine del secolo, e si diffusero rapidamente. Ogni
ricercatore imparava presto ciò che gli altri avevano
scoperto. Ma i “fatti” non si organizzavano automaticamente né
univano i ricercatori; le persone valutavano le nuove informazioni
basandosi su modi di pensare la malattia molto antichi. Avevano
differenti “paradigmi” di misura che li aiutavano a dare senso
alle nuove conoscenze, e spesso le conclusioni alle quali giungevano
erano diverse.

II
Ancora oggi organizziamo le nostre
considerazioni e i dati sul controllo della malaria in accordo a
paradigmi che spesso riflettono il modo di pensare sociale o politico
dominante. Il movimento per l’eradicazione mondiale della malaria
del Primary Health Care fornisce un esempio.
Basandosi sull’ultimo Kenneth Newell
della Liverpool School of Tropical Medicine, il PHC è
cominciato il 16 gennaio 1972 alle 10.30 del mattino. Cioè,
quando il consiglio esecutivo dell’Organizzazione Mondiale della
Sanità (OMS) tenne un dibattito sul fallimento del programma
di eradicazione della malaria.
L’eradicazione era stato un affare
carico di attrattiva. Gli sforzi della salute pubblica avevano già
quasi eradicato la framboesia, una malattia contagiosa cronica
tropicale della pelle, e pochi anni dopo avrebbe eradicato
completamente la varicella. L’OMS si era inoltre imbarcata in un
progetto ancora più ambizioso per eradicare la malaria.
C’erano già stati successi significativi: l’Europa, gran
parte del Nord America, parte del Sud America, e molti altri Paesi ne
erano liberi. Tuttavia, nel 1971 era chiaro che la malaria non si
poteva eradicare completamente, soprattutto in Africa.
Il 16 gennaio 1972 il consiglio
esecutivo dell’OMS tenne ciò che Newell denominò una
“cerimonia funebre” all’eradicazione della malaria. In
quell’occasione si puntava il dito contro i fallimenti tecnici,
governamentali, manageriali e finanziari. Ma al di sotto di tutto
ciò c’era un fallimento dei servizi sanitari di base. L’OMS
concluse che c’era qualcosa di sbagliato (“un ampio e profondo
errore di fondo”) non solo nella distribuzione dei servizi
sanitari, ma con la loro stessa natura, ovunque, non solo nel Terzo
Mondo.
L’OMS cominciò dunque a
collaborare con l’UNICEF per cercare nuovi approcci che
permettessero di andare incontro ai bisogni sanitari di base nei
Paesi in via di sviluppo. Un risultato di tale collaborazione è
stato Health by the People, studi di casi di approcci di successo
scritti dalle persone che li praticano, ed editi da Newell. Rivedendo
questi approcci, Newell ha visto che tre cose erano necessarie per
portare avanti il progetto Primary Health Care: 1) un attacco diretto
alla povertà 2) una redistribuzione delle risorse 3) una
revisione del sistema sanitario “Primary Health Care”,
controllata dai consumatori.
Questa revisione del sistema sanitario
fu oggetto di una conferenza delle Nazioni Unite nella città
dell’Asia centrale di Alma Ata nel 1978. Era una delle 18
conferenze che le Nazioni Unite tennero durante gli anni ’70 su
questioni quali alimentazione, risorse idriche, popolazione, donne,
ambiente, etc. In molte di queste “conferenze di sviluppo” si
poteva apprendere dalla conoscenza convenzionale e professionale di
chi vi partecipava. Ma Alma Ata fu unica perché le novità
vennero da una fonte non professionale e non occidentale. Fu il
sistema cinese, detto dei “dottori scalzi”, a suggerire un nuovo
modello di sanità: un villaggio di lavoratori sanitari per la
cura della salute fatta casa per casa. Questo non portò
all’uso massiccio di guaritori tradizionali delle diverse culture,
ma almeno l’egemonia del professionalismo occidentale era stata
rotta.
Due paradigmi. Il primo era
l’eradicazione, un approccio forte che si radicava nel paternalismo
coloniale europeo, ma fortemente sostenuto dall’America solo dal
secondo dopoguerra. L’Europa aveva le mani tese sul mondo della
malaria, e l’America aveva la tecnologia, lo stesso tipo di
tecnologia che usava per portare un uomo sulla luna. All’epoca
del suo massimo sviluppo, probabilmente l’eradicazione non era
vista né come un “paradigma” né come un miasma. Era
semplicemente il modo giusto di fare cose.
Ma l’eradicazione fallì e un
nuovo paradigma aspettava di prendere il suo posto. Era la reazione
socialista al controllo dall’alto, un programma autocratico. Il PHC
(che era disposto ad includere un controllo della malaria a misura di
villaggio, se questo era ciò che le persone volevano) divenne
velocemente un punto cardine della lotta alla malattia nel Terzo
Mondo.
Con lo sviluppo del PHC, i materiali
educativi e le politiche manageriali per i problemi di salute più
comuni sono diventati subito disponibili. Tutti concordano che il
focus dovrebbero essere gli “otto elementi” – educazione
sanitaria, nutrizione, acqua e sanità, salute infantile e
materna, vaccinazioni, controllo delle malattie endemiche a livello
locale, trattamento delle malattie comuni e fornitura delle medicine
essenziali. I materiali specifici per la cura delle diverse malattie,
però, erano prima di tutto per la diarrea, poi per le
infezioni acute dell’apparato respiratorio, quindi per la
tubercolosi e poi per l’AIDS… Ma la malaria rimaneva solo una
“malattia endemica a livello locale” – probabilmente perché
medicinali e politiche si accontentavano delle soluzioni disponibili
invece che mirare a risolvere davvero il problema. C’erano vaccini
per molte malattie, trattamenti per la diarrea, diagnosi precoce e
penicillina per la polmonite, un monitoraggio più completo per
la malnutrizione – e soldi per l’AIDS. Non c’era niente di
tutto ciò per la malaria.
Il vero problema con il PHC, però,
non sta nel sottovalutare la malaria. In teoria si tratta di un
sistema che si indirizza verso qualsiasi problema venga reso noto
dalle persone. Ma è anche un paradigma, un approccio come il
miasma o il contagio che cerca di fornire un quadro complessivo per
il controllo delle malattie. E come paradigma è limitato.
L’eradicazione come paradigma inciampa su se stessa – per la
malaria. Aveva avuto successo per la varicella, ma non per la
malaria.

III
Non c’è bisogno di prendere
parte al dibattito tra il paradigma controllo dall’alto contro
quello della gente comune; il controllo della malaria ci mostra un
terzo paradigma di collisione, radicato nelle realtà politiche
del mondo post-socialista: la responsabilità collettiva contro
quella individuale. Come per il miasma e il contagio, la
responsabilità collettiva (intesa in questo caso come la
sanità pubblica) e la responsabilità individuale, sono
entrambe radicate nella storia, ed entrambe forniscono delle cornici
sostanziali, o paradigmi, per il controllo delle malattie. E qui la
malaria si unisce all’AIDS, anch’esso punto di giunzione tra
questi due paradigmi. Da una parte c’è chi cerca un vaccino
per entrambe le malattie, dall’altro chi propone le zanzariere da
letto e i preservativi. Non è questione di scegliere il
“giusto”, sia miasma che contagio erano “giusti”. È
questione di paradigmi.
La sanità pubblica come
paradigma è antica. Gli Ebrei hanno descritto le regole
sanitarie nella loro Legge. I Romani costruirono acquedotti per
fornire acqua pulita e fognature per eliminare i rifiuti. Nel corso
della storia le società hanno capito da tempo la necessità
di agire in modo collettivo per controllare la malattia. Negli ultimi
secoli è diventato chiaro che l’economia generale e
l’avanzata sociale migliorano di molto la sanità. Tali
miglioramenti sono stati sostenuti nel secolo scorso da interventi
specifici per malattie specifiche: vaccini, medicine, operazioni
chirurgiche. Secondo questo paradigma, i pazienti – e i potenziali
pazienti – sono recipienti passivi della politica sanitaria
pubblica.
L’altro paradigma è antico
allo stesso modo. I Greci enfatizzavano i diritti individuali, così
come la responsabilità dell’individuo di mangiare bene e di
fare esercizio fisico per mantenersi in buona salute. I medici nel
corso della storia hanno trattato i pazienti in modo individuale e
la relazione con il paziente è ancora oggi inviolabile per chi
segue questo paradigma. In particolare, spetta al paziente cercare e
scegliere un medico e non viceversa.
Il controllo della malaria ha attinto
da entrambi i paradigmi, ma storicamente ha radici più
profonde nella salute pubblica. Naturalmente il miasma appartiene e
ha effetti sull’intera comunità. Ross voleva eliminarlo.
Trent’anni dopo gli italiani lo fecero nell’Agro Pontino, sotto
Mussolini. Risanarono le paludi tra Roma e il mare e ridussero
drasticamente la trasmissione della malaria in quella zona. Koch
raccomandava l’uso massiccio del chinino ai governi coloniali. Il
programma di eradicazione della malaria dell’OMS puntava sull’uso
del DDT. Ora le persone stanno cercando, e finalmente testando, un
vaccino contro la malaria: l’uso di bio-tecnologia altamente
avanzata potrebbe dare un aiuto concreto a grandi gruppi di persone,
che non aspettano altro che poter tendere le loro braccia per
riceverlo.
Ma negli anni ‘80 il paradigma rivale
è cresciuto di importanza, sia nelle politiche sociali sia
nella sanità. Reagan si tirò indietro dai programmi di
welfare sociale in America, e la britannica Thatcher si mosse verso
la privatizzazione. Era, in quei giorni alla fine della Guerra
Fredda, la risposta dell’Occidente alla rivoluzione culturale di
Mao. Gli esperti di salute pubblica in Occidente parlavano più
dello “stile di vita” che delle malattie ed enfatizzavano la
necessità per gli individui di mangiare meglio, fare più
esercizio e fumare meno.
La privatizzazione colpì anche
il Terzo Mondo, dove la malaria era risorta dove l’eradicazione
aveva avuto un parziale successo. L’Occidente pose le condizioni
per il suo aiuto, e quelle condizioni riflettevano notevolmente i
suoi principi di libero mercato privatizzato. I donatori avevano
paura degli enormi progetti controllati a livello centrale; il
fallimento dell’eradicazione della malaria bruciava ancora.
Attingendo un po’ della retorica del PHC, volevano progetti piccoli
e controllati dalle comunità; d’altra parte però,
attingendo anche dalla retorica Reagan-Tachter, volevano incoraggiare
le libere imprese.
Le zanzariere impregnate di
insetticida sembravano essere un affare che raggiungeva l’obiettivo.
Singoli venditori potevano cucire le reti e ricavarne un profitto
dalla vendita. Singole persone potevano comprare le reti e difendersi
dalla malaria in modo economico per un paio d’anni – senza per
questo eliminare il miasma. Queste zanzariere sembravano essere un
modo razionale di attaccare la più importante malattia del
mondo tropicale. E, cosa importante, ben si adatta al paradigma
attuale.

*
Sono passati oltre 100 anni da quando
Laveran, Ross, e Grassi hanno scoperto i dettagli di come si
trasmette la malaria. Siamo stati capaci di trattare la malaria con
il chinino per 350 anni, e abbiamo avuto conoscenze sufficienti per
prevenirla razionalmente per 100 anni. Ciò nonostante ancora
oggi circa 500 milioni di persone nel mondo si ammalano di malaria
ogni anno e circa 1 milione ne muoiono.
La malaria merita la nostra attenzione.
Tutto ciò che facciamo oggi per controllarla ha radici nelle
scienze, ma anche nei nostri indiscussi paradigmi del controllo della
malattia. Quei paradigmi possono avere radici nella scienza, ma hanno
profonde radici anche nelle nostre credenze sulla società e
sulla politica. Non possiamo cambiare i nostri paradigmi con la forza
di volontà, né possiamo agire liberi da queste
assunzioni fondamentali. Possiamo e dobbiamo, tuttavia, essere
consapevoli che tutto i programmi di controllo delle malattie hanno
un contesto sociale e politico – e non soltanto scientifico.
La nostra scienza, poi, si basa su un
paradigma diverso da quello dei Paesi in cui opera. In questo testo
tutti i paradigmi citati sono “del Nord”, radicati nella
civilizzazione occidentale. Ma la malaria oggi è nel “Sud”,
nei Paesi tropicali del Terzo Mondo, in America Latina, in Africa,
nel sud-est asiatico, posti non radicati nel contesto civilizzazione
occidentale. Luoghi, in altre parole, dove la gente ragiona sulla
base di paradigmi molto diversi da quelli delle persone che di solito
delineano i programmi di controllo della malaria.
Quali sono questi paradigmi? Potrebbe
essere che i paradigmi dei nostri attuali programmi di controllo
della malaria siano in collisione con i paradigmi indigeni, così
come lo sono l’un l’altro? Non è possibile, o forse
necessario, identificare i paradigmi indigeni e iniziare a pensare
al controllo della malattia in accordo con essi?
Bibliografia
Curtin, Philip D., "Medical
Knowledge and Urban Planning in Colonial Tropical Africa" in The
Social Basis of Health and Healing in Africa, ed. by Steven Feierman
and John M. Janzen (University of California Press, Berkeley) 1992.
Desowitz, Robert S., The Malaria
Capers: More Tales of Parasites and People, Research and Reality (W W
Norton and Company, New York) 1991.
Hyma, Albert, An Outline of Ancient
History (Barnes and Noble, New York) 1940.
McNeill, William H., Plagues and People
(Anchor Books, Doubleday, New York) 1976.
Newell, Kenneth, lecture at Liverpool
School of Tropical Medicine, March, 1989.
National Geographic Italia (Gruppo
editoriale L’Espresso), Milano, luglio 2007.
Raymond Downing è nato nel
Massachusetts, negli Stati Uniti, e ha studiato medicina a New York.
Con la moglie, Janice Armstrong, ha lavorato come medico in Sudan,
Tanzania e Kenya per oltre quindici anni. Downing è anche
autore: tra gli altri va ricordato As they see it, su come viene
presentato attraverso i media africani il problema dell’HIV/AIDS.
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